Tour 2026

Merlette - Lautaret 22 - 26 luglio

Il Tour del rinascimento

 

 

 

 

Chiedi chi erano gli Empolitour

 

Gli Empolitour erano ciclisti attivamente partecipi a tappe alpine, pirenaiche e financo vosgiche, sotto la guida spirituale e materiale del presidente Caparrini. Un settennato di sventure mondiali e individuali ne aveva provocato estinzione, diaspora o riconversione ma il supremo condottiero covava sotto le ceneri quella cert’uggia di riaccensione che sorge da passioni ataviche mai sopite. È bastato dunque un suo alito di volitività per ridestare il Tour secondo i principi delle Sacre Scritture, opportunamente riveduti e corretti. Il più importante emendamento riguarda il criterio di partecipazione: già negli ultimi anni prima del ferale iatus, la deciclistazione del presidente medesimo aveva esteso il diritto d’iscrizione anche a camminatori ed ora le proporzioni s’invertono. L’Empolitour anglicizzata in Foot, è la regola, i ciclisti soggetti a invito, l’eccezione. Chi scarpina ha programmi ufficiali, chi pedala s’arrangia: però vige il sincretismo alberghiero. Il presidente è sempre stato acclamato nel ruolo di supremo prenotatore e per questa edizione rievocativa è riuscito a conquistare camere in ambiti siti di tappa. Tappe ed alberghi dunque immutabili fin da novembre, partecipanti mutabilissimi, secondo quei cicli naturali di defezioni, aggregazioni e resipiscenze che esistevano fin dalle origini nei Tour di tre o quattro patriarchi; cicli che influenzano la dotazione veicolare, con la massima espressione ecumenica negli autobus condotti dall’auriga Coletti. La lista delle adesioni che nasceva copiosa grazie all’estensione a femmine, maschi con la pancia e animali d’altra specie, ai nastri di partenza si riduceva ad un’essenziale decina, comprensiva dello storico auriga ancorché dotato di meno capiente Tourneo Custom, incompatibile con la trasportabilità di due e solo due ciclisti con relativi mezzi. Al postutto il sincretismo veicolare lascia il posto ad una bipartizione funzionale con ciclisti relegati in Porsche e bici ancorate a poppa. Due soli ciclisti ma nobili, i patriarchi Chiarugi e Nucci, noti fin dalle scaturigini dell’Empolitour, si sommano alla schiera dei fedeli cirenei caparriniani dove spicca Sani, detto Vinicio, ideatore delle soste minzionali per antonomasia, e per aggregazione parentale la consorte Cinelli, il fratello Sani C e la cognata Addesa. Completano i quadri l’appiedato vespista Masini e l’inedita Gracci che non cela disinteresse per ciclismo e ciclisti e non sa dove andare comunque ci va.

Per gli imberbi e i dimentichi occorre ripassare le principali norme e finalità dell’Empolitour al Tour che restano invariate nonostante l’apparente metamorfosi funzionale. Altrimenti Caparrini potrebbe essere scambiato per l’organizzatore di gite di cinque giorni in amene località montane. In sintesi elencativa sparsa l’Empolitour va al Tour per visionare tappe, schivare gendarmi, afferrare cadeaux carovaneschi, saccheggiare la Boutique, vincere l’arsura, mangiare senza fame, bere senza sete, inerpicarsi sulle salite e staccare Boldrini, se presente. Pertanto, fatta salva l’assenza del transgenico, tali principi fondanti devono guidare la variegata spedizione. Lo svolgimento della quale sarà narrato non per cronologie ma per epifanie: segni, immagini e manifestazioni già vissute nei trenta Tour precedenti che a volte ritornano e ci illudono di non essere mai cambiati.

 

Programma

Il presidente ciclista vergava con sacralità e dovizia di dettagli le stazioni da traguardare giorno per giorno con cartine, altimetrie e tabelle di marcia che poi distribuiva agli adepti in versione portatile e normalmente degradabile ai primi sudori. Era denominato kit o set e qualora fosse sopravvissuto alla solubilizzazione risultava illeggibile perché il tratto di pennarello nero che intendeva evidenziare le strade da percorrere, finiva per occultare ogni riferimento utile. Oggi il programma podistico, infarcito di formule dubitative, cita i contenitori, alberghi e rifugi, vagheggiando sui contenuti e finirà per essere disatteso per tre quinti dei suoi obiettivi. Si sa che l’Empolitour sarà equamente ospitato nell’hotel Les Gardettes di Orcieres Merlette e sul col del Lautaret in un pretenzioso Lautaret Lodge & SPA ma si scoprirà solo all’arrivo che le tre stelle dichiarate cadauno sono da intendersi come totale. Per il programma ciclistico bisogna entrare nella perfida mente di Chiarugi, sempre pronto in passato a indurire e inselvatichire i miti percorsi caparriniani con varianti regolarmente cassate. Ora l’arrendevole Nucci dovrebbe offrire ampie garanzie d’espletamento.

 

Arsura

Era un istituto tipico del Caparrini ciclista che giungeva in pieno deliquio sugli assolati colli con la fascia tergisudore imbibita di liquido maleodorante espulso con energica strizzatura. Alla terza Orangina era solito rianimarsi. Non più fruibile con fresche passeggiate boschive, il presidente ha lasciato l’onore dell’arsura ai due probi ciclisti già nel primo giorno quando Chiarugi aveva imposto a Nucci il lascito della Porsche a Sani V presso Savines-le-Lac per giungere in sella al traguardo di Orcieres Merlette, ovviamente per strade chiarugiane. L’evento ha origine nello splendore del meriggio partendo assetati e con borracce vuote. L’ipotesi consolatoria di un tratto prodromico pianeggiante s’infrange sull’asfalto rovente d’una statale controvento che ben presto muta in una selezione d’impennate tutt’altro che umbratili e prive d’apparente popolazione. C’è da scalare un misterioso Col de Moissiere che parrebbe incompatibile con la vita in assenza di riserve idriche e i due riarsi pedalatori stanno perciò adocchiando ogni abitazione di Les Carles fino all’individuazione di un tubo metallico sgorgante acqua. Per Chiarugi è sufficiente la garanzia di potabilità offerta dalle vespe che ivi s’abbeverano mentre Nucci esige una certificazione umana che compare in canottiera sul terrazzo con l’aria di chi annuisce senza capire il quesito. “Dissetati e con la borraccia piena.” Risuonano le parole storiche di Caparrini mentre la strada s’inerpica verso l’ignoto crescendo di pendenza e d’arsura. L’acqua del villico termina allo scollinamento di Moissiere ma in discesa nel vivace borgo d’Ancelle non mancano adeguate opportunità d’idratazione, anche se Nucci principia ad esprimere desideri di solidità. Evita per poco una frittata di cipolle che tre tizi stanno cucinando en plein air ma cede con la complicità di Chiarugi a tre boules de glace consumate sul percorso di tappa dell’indomani. Pedalare seguitando le frecce nere in campo giallo è un altro topos narrativo dell’Empolitour come quello di battagliare in salita con eterodossi locali che però solo Nucci può permettersi lasciando il derelitto Chiarugi al suo destino di lentezza. Ambedue i patriarchi avrebbero l’occasione di un irripetibile passaggio sotto lo striscione d’arrivo di Merlette, per ora virtuale, ma cedono al ritorno d’arsura deviando per Les Gardettes ove mancano le stelle e l’abitabilità delle camere ma l’acqua dai rubinetti sgorga diaccia e dissetante. Nel frattempo i membri dell’Empolitour Foot hanno visto bene di cassare il programmato trekking d’esordio per dedicarsi a mondanità paesane col pegno d’Orangine abilmente degustate senza arsura.

 

Visioni

La principale epifania in un Tour ortodosso è la visione di tappa, una sorta d’entelechia aristotelica senza la quale non sarebbe nata l’Empolitour, perché altrimenti, posti come Merlette ove passeggiare e pedalare montanamente, se ne troverebbero anche meglio e più vicini. Si narra di tappe visionate con lunghissimi trasferimenti, soggiornando in alberghi che non c’entravano niente con la tappa da visionare. Col tempo è cresciuta l’abilità prenotativa del presidente che ha permesso di espugnare siti strategici come questi, prima che gli albergatori venissero a sapere del passaggio del Tour. Il problema della tappa di Merlette era la ricerca di consono passatempo fra la colazione del Les Gardettes (inopinatamente fruttuosa) e l’arrivo dei corridori. Il magnanimo Caparrini concede deroghe al claudicante Coletti, che può dedicarsi alla sola visione, e all’incurante Gracci che può dedicarsi al solo passatempo. Per tutti gli altri eletti alla visione c’è da scarpinare e pedalare: i suoi adepti verso il bucolico Lac des sirenes, i ciclisti verso altre terre incognite celate nell’inquietante cartografia chiarugiana. Nel mattutino abbrivio delle due schiere, quando ancora il Tour è dormiente e le transenne assenti, c’è un momento solenne di comunione di spiriti e di pose fotografiche presso la fontana poco monumentale. I camminatori lacustri sono addobbati alla bisogna con zaini in spalla e bacchette protesiche in pugno mentre Caparrini li guida a mani nude e con un borsone a tracolla che gli bascula trasversalmente ora sull’uno, ora sull’altro fianco. Sani V incede professionalmente con tutte le valenze sature posteriori che equilibrano la prominenza anteriore dell’epa e in questo equilibrio stabile non disdegna di emettere qualche boccata di sigaro. Masini cerca di lui vana emulazione, trovandola solo nella prominenza addominale. Sani C affronta l’erta sassosa con maggiore parvenza d’atletismo, consumando gli ultimi aneliti di cartilagine prima della prevista sostituzione delle ginocchia. Le femmine, impeccabili in movenze e vestizioni, seguono pedissequamente le direttive presidenziali che sono improntate sull’assoluto ecumenismo, senza un Boldrini da staccare o tempi di scalata da registrare. C’è solo un obbligo statutario: il pranzo al rifugio del lago. La fedeltà dei catecumeni viene premiata dal supremo condottiero con una concessione che in tempi antichi sarebbe sembrata invereconda: la discesa a Merlette in cabinovia. Ringraziano gli appassionati visionatori che potranno giungere in tempo per la tappa e le ginocchia di Sani C che potranno giungere in tempo per la preospedalizzazione. In questo clima sirenico e idilliaco nessuno si preoccupa delle sorti dei due ciclisti che però sono ancora in predicato. Chiarugi non è certo il tipo che decide di scendere a Orcieres e risalire palindromicamente a Merlette, questo sì che sarebbe più inverecondo della cabinovia. Egli ha già computato un percorso che ricusa ogni forma anche minima di anda-e-rianda, e dopo la salita arcadica di Serre Eyraud invece di mescersi alla folla ciclistica ascendente, col disdoro della ripetitività, trascina Nucci sulla pist de Moncheny, bellamente sterrata ripida e petrosa ove per contrappasso si converte con subitanea onta nella versione foot, irriso e filmato dal più equilibrista collega. Tanto basta per rendere tutti, camminanti, pedalanti o ibridi, idonei alla visione che riconduce all’unità le due anime dell’Empolitour, unanimi verso un solo fine: l’accaparramento dei cadeaux. Ognuno deve prendere decisioni irrevocabili sul posizionamento strategico. Chiarugi è l’unico che sceglie la rive gauche della strada mentre gli altri si dispongono sulla rive droit e la strada è un fiume inguadabile coi gendarmi che presidiano armati le transenne. Le neofite Addesa e Cinelli mostrano attiva dedizione alla carovana ma capiscono ben presto che la cattura degli oggetti meteorici in mezzo ad agguerrita concorrenza richiede abilità muscoloscheletriche e propriocettive ma è principalmente legata a fattori cinematici stocastici, in virtù dei quali risulta più produttivo rimanere fermi sperando che tali oggetti siano lanciati a contusione del desideroso. Le sacche perciò si riempiono per lo più di cappelli distribuiti a sventagliata mentre nessuno riesce a carpire ambite Orangine che i carovanieri cedono al pubblico brevi manu e con sospetto di favoritismi. Nulla è cambiato in trentacinque anni e in testa c’è sempre Chiappucci reincarnato in Carapaz mentre in coda c’è sempre la voiture-balai che decreta l’ite missa est e lo scioglimento delle transenne.

D’altra natura è la visione che li attende due giorni dopo sul Lautaret. Qui l’epifania si potrebbe svolgere senza nemmeno uscire dall’hotel, il Lodge & SPA che dispone di un mastodontico androne affacciato sulla strada dove sfrecceranno i ciclisti provenienti dal Galibier: come trentacinque anni fa alla base del pirenaico col d’Ichere dove si apprezzarono le capacità frenanti dei professionisti (che qui però passerebbero senza frenare). La visione in discesa si è raramente ripetuta negli anni successivi a causa di sporadici ammutinamenti ed era considerata indecorosa dal supremo custode dell’ortodossia. Qui però Caparrini potrebbe derogare: la visione ortodossa sul Galibier esporrebbe i suoi probandi a rischio di maltempo e digiuno. Arrivano infatti nella calura internazionale funeste previsioni di temporali in altura che lo immergono in angosciose consulte al termine delle quali decreterà un altro cambio di programma: il Galibier anticipato. Da scalare cioè il giorno prima in modo da metterlo nel carniere e così tentare di lavare la coscienza dall’inverecondia di una visione discendente. Anche i ciclisti s’adeguano ai dettami presidenziali e lo conquistano col metodo di scarico in itinere a Briançon scampando così il pericolo di una malsana ipotesi chiarugiana di Granon sterrato. Solo i camminatori sono degni di sterrato e rafforzano la conquista percorrendo l’ancienne route du Galibier grazie alla guida di Sani V che li fa partire da uno scosceso dirupo a fondovalle. Si tratta dunque del nono Galibier nella storia dell’Empolitour che si era interrotta all’ottavo nel 2019. E ci sarà un decimo. L’indomani infatti, ad onta di vaticini temporaleschi, il cielo è sufficientemente terso per una visione ortodossa della tappa. Sostiene però Caparrini che repetita non iuvant e che non si può salire dallo stesso Galibier anche se le scritture non lo vietano espressamente. Per la schiera pedestre è facile prendere la via battuta addolcendo pure l’inconveniente dell’anda-e-rianda con una specie di folium di Cartesio tramite il tunnel, per quella equestre invece, dopo l’esperienza dei sassi del Montcheny, l’ancienne route non è contemplata ciclisticamente. La contempla Chiarugi podisticamente costringendo Nucci ad aggregarsi ai placidi scarpinatori. E qui i destini si biforcano: Chiarugi archivia la pratica quando i caparriniani sono a metà salita e il suo destino si accomuna a quello dell’inamovibile Coletti di fronte all’androne del Lautaret Lodge & SPA. Gli otto scalatori, invasi da biciclette ascendenti, sembrerebbero incamminati verso la plenaria ortodossia ma sull’angusto cacume sorgono problemi tecnici inaspettati. Non solo la nutrizione obbligatoria al rifugio è inibita dall’alta densità di popolazione ma la densità stessa inibisce anche le potenzialità vescicali delle femmine incapaci di urinare appartate in ortostatismo come il maestro Sani V tenta invano d’insegnare. A malincuore Caparrini è costretto a ordinare la ritirata dal Galibier verso il Lautaret ma sul più bello della discesa s’esteriorizza un’epifania finora disattesa: i gendarmi. Noti come implacabili appiedatori di ciclisti, dimostrano la loro severa disciplina anche come interruttori di appiedati, obbligandoli a visione tachicinetica di carovana e corridori, con la Gracci costretta stavolta ad interessarsi. Anche oggi però tutto cambia perché niente cambi: in salita o in discesa passa sempre Chiappucci travestito da Carapaz, con la maglia a pois come quando nel 1992 fu visionato dai patriarchi sull’Iseran.

  

Raclette ou tartiflette?

Citando Caparrini che cita Gaber. “Qualcuno andava al Tour perché c’era la cucina francese a base di formaggi fusi. Qualcuno andava al Tour nonostante ci fosse la cucina francese a base di formaggi fusi”.

Sono altre due importanti epifanie che evocano episodi della storia dell’Empolitour ammantati d’incertezza spaziale e temporale. La raclette probabilmente nasce a Brides-les-Bains nel 1996 circondata da quattro predaci patriarchi. La tartiflette è d’epoca più recente, forse in un trasferimento automobilistico sul Piccolo San Bernardo. È stato doveroso riesibirle in quest’occasione poiché alcuni dei partecipanti non ne conoscevano le differenze, confondendole con la fonduta che i geriatrici commensali di Les Gardettes sorbivano nelle loro minuscole zuppiere. Il supremo custode dell’alimentazione le concede come premio per le compiute visioni di tappa: la raclette a Merlette, la tartiflette sul Lautaret.

Ridotta ai minimi termini la consumazione di ambedue le pietanze equivale a mescolanza di odoroso cacio con salumi, patate lesse e ammennicoli vari. Lo stato fuso o semisolido consente di realizzare tale commistione in sede extracorporea. Lo stesso cacio manducato allo stato solido col satellitismo delle charcuterie avrebbe lo stesso valore nutritivo ma perderebbe quello scenografico. Il rito della raclette si svolge a Les Gardettes diviso in partes tres, ovvero un segmento circolare di caciotta ogni tre commensali con la supervisione medianica del presidente. La parte arcuata di ogni forma poggia su un dispositivo mobile mentre la base è esposta al calore emesso da due resistenze elettriche che agiscono sul formaggio in base all’inverso del quadrato della distanza. Configurando l’arnese in maniera consona, il formaggio si scioglie e cola verso un piattino comune. L’abilità del consumatore sta nell’anticipare la caduta gravitazionale del liquame con un coltello (è proibito l’uso del cucchiaio) per impedirne la risolidificazione e consentire l’agognata spalmatura. In origine la raclette era un piccolo settore circolare ad angolo acuto che i quattro patriarchi si contendevano darwinianamente, ora hanno basi dai trenta ai cinquanta centimetri con chiari segni d’avanzo da precedenti mense. Anche se l’abbondanza non crea tenzone, la Gracci qui dimostra vivo interesse e vince per distacco. Adotta una tattica anticipatoria usando spesso il coltello nella sua originaria funzione tagliente, senza aspettare il passaggio di stato del cacio, cosicché nella sua area di competenza comune a Chiarugi e Coletti una forma semicircolare verrà ridotta a lunula. Dall’altra parte del desco Sani C governa la sua raclette in maniera ingegneristica modificando di continuo l’angolazione e la distanza delle resistenze per ottimizzare la fluidità del formaggio. Sembra impegnato a calcolare il ciclo d’isteresi termica piuttosto che a mangiare, onere a cui Masini e Sani V adempiono egregiamente grazie alle loro capienze aggiuntive.

La tartiflette officiata sul Lautaret è concettualmente una medesima opera di fusione casearia ma tale fusione avviene ante mensam perdendo quasi tutto l’aspetto cinematografico. L’epifania della primigenia tartiflette concerneva un enorme pentolone ove nel formaggio fuso galleggiavano pezzi di patate, cipolle e altri avanzi saporiti che il cuoco rivoltava e rimestava, ricordando i diavoli nella bolgia dantesca dei barattieri immersi nella pece bollente: “non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli / fanno attuffare in mezzo la caldaia / la carne con gli uncin perché non galli” (Inferno, XXI, 55-57). Nella brasserie adibita a cenacolo degli Empolitour le tartiflette arrivano in teglie come lasagne precotte suscitando un iniziale accenno di delusione, presto sopito dal ricordo del salto del pasto al rifugio. Sarà la delusione, sarà la cornucopia di charcuterie, sarà che qualcuno aveva barato consumando cibi fuori orario, fatto sta che sul calar della cena s’aggira per la tavola lo spettro dell’horror reliquorum, quella temibile percezione di sazietà che genera avanzi: solo in extremis è evitata l’onta grazie agli interventi riparatori del capiente Sani V e di Chiarugi esperto saltatore di pranzi che estromettono definitivamente la tartiflette dai confini del visibile

 

Foot or bike?

Qualcuno, anzi ognuno, andava al Tour perché c’era il Presidente.

Caparrini è fiero di questo Tour rinato e sarà sommerso di elogi e ringraziamenti vicini e lontani. È fiero anche se forse l’unica parte del suo Programma rispettata alla lettera è stata la sosta domenicale a Briançon col sedicente trekking urbano rivelatosi invero una passeggiata digestiva, giacché il Lodge & SPA, con le sue stelle invisibili e le sue porte inapribili, regalava colazioni interminabili. Il tempo passa ma il suo ruolo di supremo amalgamatore è rimasto immutato. Prima riusciva a mettere d’accordo ciclisti fogati e bradicinetici, spartani e sibaritici, famelici e inappetenti, ora sotto la sua egida hanno pacificamente convissuto due etnie diverse, talora sullo stesso territorio, talora su territori diversi e qualcuno con la doppia cittadinanza. Supremo custode del sincretismo, Caparrini deve prepararsi a futuri Tour multietnici, evitando possibilmente d’invitare utilizzatori di monopattini, bici elettriche o teleferiche. Tante sono ancora le epifanie da disvelare: la pattona, la dame blanche, la borraccia termica, gli sponsor inconsapevoli Carpigiani e Orangina (poco pubblicizzato in questa edizione), tanto per citare solo quelle più note nel lessico dell’Empolitour. Qualcuno potrà arguire che dopo sette lustri, a parità di monti e nutrimenti, si notano nella squadra addomi, rughe, canizie e calvizie ineluttabilmente evoluti dal primo al decimo Galibier. Sostiene Caparrini che la tanto irrisa clientela geriatrica non è tanto dissimile anagraficamente ma se ignoriamo questo dettaglio visivo possiamo scalare montagne coi piedi o con le ruote per molti anni ancora. L’importante è prenotare alberghi senza stelle e senza specchi.

   

 

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