Gli Empolitour erano ciclisti attivamente partecipi a tappe
alpine, pirenaiche e financo vosgiche, sotto la guida spirituale e materiale del
presidente Caparrini. Un settennato di sventure mondiali e individuali ne aveva
provocato estinzione, diaspora o riconversione ma il supremo condottiero covava
sotto le ceneri quella cert’uggia di riaccensione che sorge da passioni ataviche
mai sopite. È bastato dunque un suo alito di volitività per ridestare il Tour
secondo i principi delle Sacre Scritture, opportunamente riveduti e corretti. Il
più importante emendamento riguarda il criterio di partecipazione: già negli
ultimi anni prima del ferale iatus, la deciclistazione del presidente
medesimo aveva esteso il diritto d’iscrizione anche a camminatori ed ora le
proporzioni s’invertono. L’Empolitour anglicizzata in Foot, è la regola, i
ciclisti soggetti a invito, l’eccezione. Chi scarpina ha programmi ufficiali,
chi pedala s’arrangia: però vige il sincretismo alberghiero. Il presidente è
sempre stato acclamato nel ruolo di supremo prenotatore e per questa edizione
rievocativa è riuscito a conquistare camere in ambiti siti di tappa. Tappe ed
alberghi dunque immutabili fin da novembre, partecipanti mutabilissimi, secondo
quei cicli naturali di defezioni, aggregazioni e resipiscenze che esistevano fin
dalle origini nei Tour di tre o quattro patriarchi; cicli che influenzano la
dotazione veicolare, con la massima espressione ecumenica negli autobus condotti
dall’auriga Coletti. La lista delle adesioni che nasceva copiosa grazie
all’estensione a femmine, maschi con la pancia e animali d’altra specie, ai
nastri di partenza si riduceva ad un’essenziale decina, comprensiva dello
storico auriga ancorché dotato di meno capiente Tourneo Custom, incompatibile
con la trasportabilità di due e solo due ciclisti con relativi mezzi. Al
postutto il sincretismo veicolare lascia il posto ad una bipartizione funzionale
con ciclisti relegati in Porsche e bici ancorate a poppa. Due soli ciclisti ma
nobili, i patriarchi Chiarugi e Nucci, noti fin dalle scaturigini
dell’Empolitour, si sommano alla schiera dei fedeli cirenei caparriniani dove
spicca Sani, detto Vinicio, ideatore delle soste minzionali per antonomasia, e
per aggregazione parentale la consorte Cinelli, il fratello Sani C e la cognata
Addesa. Completano i quadri l’appiedato vespista Masini e l’inedita Gracci che
non cela disinteresse per ciclismo e ciclisti e non sa dove andare comunque ci
va.
Per gli imberbi e i dimentichi occorre ripassare le
principali norme e finalità dell’Empolitour al Tour che restano invariate
nonostante l’apparente metamorfosi funzionale. Altrimenti Caparrini potrebbe
essere scambiato per l’organizzatore di gite di cinque giorni in amene località
montane. In sintesi elencativa sparsa l’Empolitour va al Tour per visionare
tappe, schivare gendarmi, afferrare cadeaux carovaneschi, saccheggiare la
Boutique, vincere l’arsura, mangiare senza fame, bere senza sete, inerpicarsi
sulle salite e staccare Boldrini, se presente. Pertanto, fatta salva l’assenza
del transgenico, tali principi fondanti devono guidare la variegata spedizione.
Lo svolgimento della quale sarà narrato non per cronologie ma per epifanie:
segni, immagini e manifestazioni già vissute nei trenta Tour precedenti che a
volte ritornano e ci illudono di non essere mai cambiati.
Il presidente ciclista vergava con sacralità e dovizia di
dettagli le stazioni da traguardare giorno per giorno con cartine, altimetrie e
tabelle di marcia che poi distribuiva agli adepti in versione portatile e
normalmente degradabile ai primi sudori. Era denominato kit o set e qualora
fosse sopravvissuto alla solubilizzazione risultava illeggibile perché il tratto
di pennarello nero che intendeva evidenziare le strade da percorrere, finiva per
occultare ogni riferimento utile. Oggi il programma podistico, infarcito di
formule dubitative, cita i contenitori, alberghi e rifugi, vagheggiando sui
contenuti e finirà per essere disatteso per tre quinti dei suoi obiettivi. Si sa
che l’Empolitour sarà equamente ospitato nell’hotel Les Gardettes di Orcieres
Merlette e sul col del Lautaret in un pretenzioso Lautaret Lodge & SPA ma si
scoprirà solo all’arrivo che le tre stelle dichiarate cadauno sono da intendersi
come totale. Per il programma ciclistico bisogna entrare nella perfida mente di
Chiarugi, sempre pronto in passato a indurire e inselvatichire i miti percorsi
caparriniani con varianti regolarmente cassate. Ora l’arrendevole Nucci dovrebbe
offrire ampie garanzie d’espletamento.
Era un istituto tipico del Caparrini ciclista che giungeva
in pieno deliquio sugli assolati colli con la fascia tergisudore imbibita di
liquido maleodorante espulso con energica strizzatura. Alla terza Orangina era
solito rianimarsi. Non più fruibile con fresche passeggiate boschive, il
presidente ha lasciato l’onore dell’arsura ai due probi ciclisti già nel primo
giorno quando Chiarugi aveva imposto a Nucci il lascito della Porsche a Sani V
presso Savines-le-Lac per giungere in sella al traguardo di Orcieres Merlette,
ovviamente per strade chiarugiane. L’evento ha origine nello splendore del
meriggio partendo assetati e con borracce vuote. L’ipotesi consolatoria di un
tratto prodromico pianeggiante s’infrange sull’asfalto rovente d’una statale
controvento che ben presto muta in una selezione d’impennate tutt’altro che
umbratili e prive d’apparente popolazione. C’è da scalare un misterioso Col de
Moissiere che parrebbe incompatibile con la vita in assenza di riserve idriche e
i due riarsi pedalatori stanno perciò adocchiando ogni abitazione di Les Carles
fino all’individuazione di un tubo metallico sgorgante acqua. Per Chiarugi è
sufficiente la garanzia di potabilità offerta dalle vespe che ivi s’abbeverano
mentre Nucci esige una certificazione umana che compare in canottiera sul
terrazzo con l’aria di chi annuisce senza capire il quesito. “Dissetati e con la
borraccia piena.” Risuonano le parole storiche di Caparrini mentre la strada
s’inerpica verso l’ignoto crescendo di pendenza e d’arsura. L’acqua del villico
termina allo scollinamento di Moissiere ma in discesa nel vivace borgo d’Ancelle
non mancano adeguate opportunità d’idratazione, anche se Nucci principia ad
esprimere desideri di solidità. Evita per poco una frittata di cipolle che tre
tizi stanno cucinando en plein air ma cede con la complicità di Chiarugi
a tre boules de glace consumate sul percorso di tappa dell’indomani.
Pedalare seguitando le frecce nere in campo giallo è un altro topos narrativo
dell’Empolitour come quello di battagliare in salita con eterodossi locali che
però solo Nucci può permettersi lasciando il derelitto Chiarugi al suo destino
di lentezza. Ambedue i patriarchi avrebbero l’occasione di un irripetibile
passaggio sotto lo striscione d’arrivo di Merlette, per ora virtuale, ma cedono
al ritorno d’arsura deviando per Les Gardettes ove mancano le stelle e
l’abitabilità delle camere ma l’acqua dai rubinetti sgorga diaccia e dissetante.
Nel frattempo i membri dell’Empolitour Foot hanno visto bene di cassare il
programmato trekking d’esordio per dedicarsi a mondanità paesane col pegno
d’Orangine abilmente degustate senza arsura.
La principale epifania in un Tour ortodosso è la visione di
tappa, una sorta d’entelechia aristotelica senza la quale non sarebbe nata
l’Empolitour, perché altrimenti, posti come Merlette ove passeggiare e pedalare
montanamente, se ne troverebbero anche meglio e più vicini. Si narra di tappe
visionate con lunghissimi trasferimenti, soggiornando in alberghi che non
c’entravano niente con la tappa da visionare. Col tempo è cresciuta l’abilità
prenotativa del presidente che ha permesso di espugnare siti strategici come
questi, prima che gli albergatori venissero a sapere del passaggio del Tour. Il
problema della tappa di Merlette era la ricerca di consono passatempo fra la
colazione del Les Gardettes (inopinatamente fruttuosa) e l’arrivo dei corridori.
Il magnanimo Caparrini concede deroghe al claudicante Coletti, che può dedicarsi
alla sola visione, e all’incurante Gracci che può dedicarsi al solo passatempo.
Per tutti gli altri eletti alla visione c’è da scarpinare e pedalare: i suoi
adepti verso il bucolico Lac des sirenes, i ciclisti verso altre terre
incognite celate nell’inquietante cartografia chiarugiana. Nel mattutino
abbrivio delle due schiere, quando ancora il Tour è dormiente e le transenne
assenti, c’è un momento solenne di comunione di spiriti e di pose fotografiche
presso la fontana poco monumentale. I camminatori lacustri sono addobbati alla
bisogna con zaini in spalla e bacchette protesiche in pugno mentre Caparrini li
guida a mani nude e con un borsone a tracolla che gli bascula trasversalmente
ora sull’uno, ora sull’altro fianco. Sani V incede professionalmente con tutte
le valenze sature posteriori che equilibrano la prominenza anteriore dell’epa e
in questo equilibrio stabile non disdegna di emettere qualche boccata di sigaro.
Masini cerca di lui vana emulazione, trovandola solo nella prominenza addominale.
Sani C affronta l’erta sassosa con maggiore parvenza d’atletismo, consumando gli
ultimi aneliti di cartilagine prima della prevista sostituzione delle ginocchia.
Le femmine, impeccabili in movenze e vestizioni, seguono pedissequamente le
direttive presidenziali che sono improntate sull’assoluto ecumenismo, senza un
Boldrini da staccare o tempi di scalata da registrare. C’è solo un obbligo
statutario: il pranzo al rifugio del lago. La fedeltà dei catecumeni viene
premiata dal supremo condottiero con una concessione che in tempi antichi
sarebbe sembrata invereconda: la discesa a Merlette in cabinovia. Ringraziano
gli appassionati visionatori che potranno giungere in tempo per la tappa e le
ginocchia di Sani C che potranno giungere in tempo per la preospedalizzazione.
In questo clima sirenico e idilliaco nessuno si preoccupa delle sorti dei due
ciclisti che però sono ancora in predicato. Chiarugi non è certo il tipo che
decide di scendere a Orcieres e risalire palindromicamente a Merlette, questo sì
che sarebbe più inverecondo della cabinovia. Egli ha già computato un percorso
che ricusa ogni forma anche minima di anda-e-rianda, e dopo la salita arcadica
di Serre Eyraud invece di mescersi alla folla ciclistica ascendente, col disdoro
della ripetitività, trascina Nucci sulla pist de Moncheny, bellamente
sterrata ripida e petrosa ove per contrappasso si converte con subitanea onta
nella versione foot, irriso e filmato dal più equilibrista collega. Tanto basta
per rendere tutti, camminanti, pedalanti o ibridi, idonei alla visione che
riconduce all’unità le due anime dell’Empolitour, unanimi verso un solo fine:
l’accaparramento dei cadeaux. Ognuno deve prendere decisioni irrevocabili sul
posizionamento strategico. Chiarugi è l’unico che sceglie la rive gauche
della strada mentre gli altri si dispongono sulla rive droit e la strada
è un fiume inguadabile coi gendarmi che presidiano armati le transenne. Le
neofite Addesa e Cinelli mostrano attiva dedizione alla carovana ma capiscono
ben presto che la cattura degli oggetti meteorici in mezzo ad agguerrita
concorrenza richiede abilità muscoloscheletriche e propriocettive ma è
principalmente legata a fattori cinematici stocastici, in virtù dei quali
risulta più produttivo rimanere fermi sperando che tali oggetti siano lanciati a
contusione del desideroso. Le sacche perciò si riempiono per lo più di cappelli
distribuiti a sventagliata mentre nessuno riesce a carpire ambite Orangine che i
carovanieri cedono al pubblico brevi manu e con sospetto di favoritismi. Nulla è
cambiato in trentacinque anni e in testa c’è sempre Chiappucci reincarnato in
Carapaz mentre in coda c’è sempre la voiture-balai che decreta l’ite
missa est e lo scioglimento delle transenne.
D’altra natura è la visione che li attende due giorni dopo
sul Lautaret. Qui l’epifania si potrebbe svolgere senza nemmeno uscire
dall’hotel, il Lodge & SPA che dispone di un mastodontico androne affacciato
sulla strada dove sfrecceranno i ciclisti provenienti dal Galibier: come
trentacinque anni fa alla base del pirenaico col d’Ichere dove si apprezzarono
le capacità frenanti dei professionisti (che qui però passerebbero senza frenare).
La visione in discesa si è raramente ripetuta negli anni successivi a causa di
sporadici ammutinamenti ed era considerata indecorosa dal supremo custode
dell’ortodossia. Qui però Caparrini potrebbe derogare: la visione ortodossa sul
Galibier esporrebbe i suoi probandi a rischio di maltempo e digiuno. Arrivano
infatti nella calura internazionale funeste previsioni di temporali in altura
che lo immergono in angosciose consulte al termine delle quali decreterà un
altro cambio di programma: il Galibier anticipato. Da scalare cioè il giorno
prima in modo da metterlo nel carniere e così tentare di lavare la coscienza
dall’inverecondia di una visione discendente. Anche i ciclisti s’adeguano ai
dettami presidenziali e lo conquistano col metodo di scarico in itinere a
Briançon scampando così il pericolo di una malsana ipotesi chiarugiana di Granon
sterrato. Solo i camminatori sono degni di sterrato e rafforzano la conquista
percorrendo l’ancienne route du Galibier grazie alla guida di Sani V che
li fa partire da uno scosceso dirupo a fondovalle. Si tratta dunque del nono
Galibier nella storia dell’Empolitour che si era interrotta all’ottavo nel 2019.
E ci sarà un decimo. L’indomani infatti, ad onta di vaticini temporaleschi, il
cielo è sufficientemente terso per una visione ortodossa della tappa. Sostiene
però Caparrini che repetita non iuvant e che non si può salire dallo
stesso Galibier anche se le scritture non lo vietano espressamente. Per la
schiera pedestre è facile prendere la via battuta addolcendo pure
l’inconveniente dell’anda-e-rianda con una specie di folium di Cartesio tramite
il tunnel, per quella equestre invece, dopo l’esperienza dei sassi del Montcheny,
l’ancienne route non è contemplata ciclisticamente. La contempla Chiarugi
podisticamente costringendo Nucci ad aggregarsi ai placidi scarpinatori. E qui i
destini si biforcano: Chiarugi archivia la pratica quando i caparriniani sono a
metà salita e il suo destino si accomuna a quello dell’inamovibile Coletti di
fronte all’androne del Lautaret Lodge & SPA. Gli otto scalatori, invasi da
biciclette ascendenti, sembrerebbero incamminati verso la plenaria ortodossia ma
sull’angusto cacume sorgono problemi tecnici inaspettati. Non solo la nutrizione
obbligatoria al rifugio è inibita dall’alta densità di popolazione ma la densità
stessa inibisce anche le potenzialità vescicali delle femmine incapaci di
urinare appartate in ortostatismo come il maestro Sani V tenta invano
d’insegnare. A malincuore Caparrini è costretto a ordinare la ritirata dal
Galibier verso il Lautaret ma sul più bello della discesa s’esteriorizza
un’epifania finora disattesa: i gendarmi. Noti come implacabili appiedatori di
ciclisti, dimostrano la loro severa disciplina anche come interruttori di
appiedati, obbligandoli a visione tachicinetica di carovana e corridori, con la
Gracci costretta stavolta ad interessarsi. Anche oggi però tutto cambia perché
niente cambi: in salita o in discesa passa sempre Chiappucci travestito da
Carapaz, con la maglia a pois come quando nel 1992 fu visionato dai patriarchi
sull’Iseran.
Citando Caparrini che cita Gaber. “Qualcuno andava al Tour
perché c’era la cucina francese a base di formaggi fusi. Qualcuno andava al Tour
nonostante ci fosse la cucina francese a base di formaggi fusi”.
Sono altre due importanti epifanie che evocano episodi
della storia dell’Empolitour ammantati d’incertezza spaziale e temporale. La
raclette probabilmente nasce a Brides-les-Bains nel 1996 circondata da quattro
predaci patriarchi. La tartiflette è d’epoca più recente, forse in un
trasferimento automobilistico sul Piccolo San Bernardo. È stato doveroso
riesibirle in quest’occasione poiché alcuni dei partecipanti non ne conoscevano
le differenze, confondendole con la fonduta che i geriatrici commensali di Les
Gardettes sorbivano nelle loro minuscole zuppiere. Il supremo custode
dell’alimentazione le concede come premio per le compiute visioni di tappa: la
raclette a Merlette, la tartiflette sul Lautaret.
Ridotta ai minimi termini la consumazione di ambedue le
pietanze equivale a mescolanza di odoroso cacio con salumi, patate lesse e
ammennicoli vari. Lo stato fuso o semisolido consente di realizzare tale
commistione in sede extracorporea. Lo stesso cacio manducato allo stato solido
col satellitismo delle charcuterie avrebbe lo stesso valore nutritivo ma
perderebbe quello scenografico. Il rito della raclette si svolge a Les Gardettes
diviso in partes tres, ovvero un segmento circolare di caciotta ogni tre
commensali con la supervisione medianica del presidente. La parte arcuata di
ogni forma poggia su un dispositivo mobile mentre la base è esposta al calore
emesso da due resistenze elettriche che agiscono sul formaggio in base
all’inverso del quadrato della distanza. Configurando l’arnese in maniera
consona, il formaggio si scioglie e cola verso un piattino comune. L’abilità del
consumatore sta nell’anticipare la caduta gravitazionale del liquame con un
coltello (è proibito l’uso del cucchiaio) per impedirne la risolidificazione e
consentire l’agognata spalmatura. In origine la raclette era un piccolo settore
circolare ad angolo acuto che i quattro patriarchi si contendevano
darwinianamente, ora hanno basi dai trenta ai cinquanta centimetri con chiari
segni d’avanzo da precedenti mense. Anche se l’abbondanza non crea tenzone, la
Gracci qui dimostra vivo interesse e vince per distacco. Adotta una tattica
anticipatoria usando spesso il coltello nella sua originaria funzione tagliente,
senza aspettare il passaggio di stato del cacio, cosicché nella sua area di
competenza comune a Chiarugi e Coletti una forma semicircolare verrà ridotta a
lunula. Dall’altra parte del desco Sani C governa la sua raclette in maniera
ingegneristica modificando di continuo l’angolazione e la distanza delle
resistenze per ottimizzare la fluidità del formaggio. Sembra impegnato a
calcolare il ciclo d’isteresi termica piuttosto che a mangiare, onere a cui
Masini e Sani V adempiono egregiamente grazie alle loro capienze aggiuntive.
La tartiflette officiata sul Lautaret è concettualmente una medesima opera di fusione casearia ma tale fusione avviene ante mensam perdendo quasi tutto l’aspetto cinematografico. L’epifania della primigenia tartiflette concerneva un enorme pentolone ove nel formaggio fuso galleggiavano pezzi di patate, cipolle e altri avanzi saporiti che il cuoco rivoltava e rimestava, ricordando i diavoli nella bolgia dantesca dei barattieri immersi nella pece bollente: “non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli / fanno attuffare in mezzo la caldaia / la carne con gli uncin perché non galli” (Inferno, XXI, 55-57). Nella brasserie adibita a cenacolo degli Empolitour le tartiflette arrivano in teglie come lasagne precotte suscitando un iniziale accenno di delusione, presto sopito dal ricordo del salto del pasto al rifugio. Sarà la delusione, sarà la cornucopia di charcuterie, sarà che qualcuno aveva barato consumando cibi fuori orario, fatto sta che sul calar della cena s’aggira per la tavola lo spettro dell’horror reliquorum, quella temibile percezione di sazietà che genera avanzi: solo in extremis è evitata l’onta grazie agli interventi riparatori del capiente Sani V e di Chiarugi esperto saltatore di pranzi che estromettono definitivamente la tartiflette dai confini del visibile
Qualcuno, anzi ognuno, andava al Tour perché c’era il
Presidente.
Caparrini è fiero di questo Tour rinato e sarà sommerso di
elogi e ringraziamenti vicini e lontani. È fiero anche se forse l’unica parte
del suo Programma rispettata alla lettera è stata la sosta domenicale a Briançon
col sedicente trekking urbano rivelatosi invero una passeggiata digestiva,
giacché il Lodge & SPA, con le sue stelle invisibili e le sue porte inapribili,
regalava colazioni interminabili. Il tempo passa ma il suo ruolo di supremo
amalgamatore è rimasto immutato. Prima riusciva a mettere d’accordo ciclisti
fogati e bradicinetici, spartani e sibaritici, famelici e inappetenti, ora sotto
la sua egida hanno pacificamente convissuto due etnie diverse, talora sullo
stesso territorio, talora su territori diversi e qualcuno con la doppia
cittadinanza. Supremo custode del sincretismo, Caparrini deve prepararsi a
futuri Tour multietnici, evitando possibilmente d’invitare utilizzatori di
monopattini, bici elettriche o teleferiche. Tante sono ancora le epifanie da
disvelare: la pattona, la dame blanche, la borraccia termica, gli sponsor
inconsapevoli Carpigiani e Orangina (poco pubblicizzato in questa edizione),
tanto per citare solo quelle più note nel lessico dell’Empolitour. Qualcuno
potrà arguire che dopo sette lustri, a parità di monti e nutrimenti, si notano
nella squadra addomi, rughe, canizie e calvizie ineluttabilmente evoluti dal
primo al decimo Galibier. Sostiene Caparrini che la tanto irrisa clientela
geriatrica non è tanto dissimile anagraficamente ma se ignoriamo questo
dettaglio visivo possiamo scalare montagne coi piedi o con le ruote per molti
anni ancora. L’importante è prenotare alberghi senza stelle e senza specchi.