04–05/07/2003 Sono proprio dei ciclisti

 

La trama è semplice: la maga Circe Bertelli, desiderosa di ritornare in bici nei lidi laziali a lei consacrati, irretisce tre forzuti ciclisti di lungo corso, noti alle cronache come Chiarugi, Nucci e Seripa, che sono costretti a scortarla lungo il cammino dei vocaboli silenziosi ed a sostare e desinare in ogni locanda, ristoro o bivacco incontrati per strada, tanto che alla fine, nonostante 440 chilometri sudati e indolenziti, si ritrovano trasformati in grassi maiali senza neanche aver bevuto la pozione magica. Soltanto con l’intervento in extremis di Ulisse, detto Forcina, che scende in loro soccorso dall’eremo di Sezze-Bassiano, i tre suini riassumono sembianze umane pur mantenendo una certa pinguedine. L’astuto eremita infatti, con la scusa di dare ospitalità alla maga ed ai tre porcellini, aspetta che la perfida ammaliatrice si corichi spossata e le carpisce l’antidoto umanizzante durante il sonno. Il mattino dopo Ulisse vorrebbe solcare il mare con i quattro ospiti attraverso la rotta delle isole invisibili, ma una flotta di diecimila navi è già schierata lungo la costa ed impedisce di salpare. Così la maga non può nemmeno bagnarsi le chiappe chiare nelle acque natie e si accontenta di assaggiare il prosciutto di Bassiano invece di quello fatto con le muscolose cosce dei suoi accompagnatori.

E il treno l’abbiamo preso, e abbiamo fatto bene. Spago sulle nostre valigie non ce n’era. Solo un po’ d’amore le teneva insieme. Le valigie erano stracci intascati o abborracciati. Calzature da riposo pencolavano sulla schiena o sul telaio. I manubri più impacciati portavano anche una piccola soma di varie intimità. I raggi sorgivi riscaldavano le crete senesi e l’appetito di Nucci, già dopo un’ora alla ricerca sfrenata del pane degli dei ma senza uvette. Febo, il lucente, guardava con simpatia i quattro ciclisti, più fermi che pedalanti. Il suo carro infuocato donava ai corpi la voglia di fresche sorgenti da prosciugare. Sic vos non vobis, ammoniva la fontana monumentale di Città della Pieve. Questo lo fate voi ma non per voi. La gloria di questa impresa andrà tutta agli dei dell’Empolitour, e resteranno ai vostri corpi soltanto piaghe e macchie del bubbone.

Un solo animale pedala sotto quadruplice spoglia. La mente condottiera di Seripa, il polmone irrefrenabile di Chiarugi, lo stomaco insaziabile di Nucci e le chiappe propulsive della Bertelli o, per i più romantici, il suo fascino imperituro. Ella è ben tutelata dagli dei. Venere protegge le sue grazie dalle ingiurie della fatica, Ercole corrobora le sue cosce contro le ostilità delle salite. Ma come disse Menenio Agrippa, la mente e le membra non possono funzionare se lo stomaco è vuoto, ed armato di questi principi Nucci spadroneggia. Non può stare inattivo per più di un’ora e va all’assalto d’ogni borgo in cerca d’ambrosia. Stranamente Bacco non lo guida come altre volte nella degustazione di vini locali, ma pani, companatici e gelati sono incettati a costo di scalare ripide viuzze contromano su pavé. Dopo il sacco di Baschi e Amelia, il programma si aspetta un exploit a Terni ma un imprevedibile senso di sazietà pervade lo stomaco nel momento di maggiore opulenza.

Per essere fedeli alle costumanze dell’Empolitour, il successivo valico di Papigno reca i sacri crismi della salita sociale, come furono il Megeve ed il Laffrey nella storia del Tour. Autobus, autotreni, autosnodati, autoarticolati, autobotti, autoblindati, autocarri, autocaravan, autobetoniere, autogrù e autospurgatori: in pochi chilometri l’album di società si completa di preziosi esemplari che passano ad un metro dalla parete rocciosa accarezzando i ciclisti. Poi il tuffo verdeggiante verso il lago ai piedi del bosco sacro, ovvero ai piedi del luco, ovvero Piediluco, dove Febo, luce diurna, lascia il posto alla sorella Diana, luce notturna.

Nel lago smeraldino le ninfe dei boschi si presentano come aitanti ragazzoni in canottiera, detti appunto canottieri, di cui la maga Bertelli è la Grande Madre. I pesci lacustri agognati da Nucci sono protetti dagli dei e lo stomaco per non commettere sacrilegio è costretto a ripiegare su banali animali da cortile, prima di dormire il sonno ristoratore della montagna dell’eco, capace di ripetere distintamente un intero endecasillabo. Per questa notte si limita però a ripetere l’audio di uno spettacolo teatrale su zattera, molto conciliatore coi 220 chilometri vigilati da Febo.

Il mattino s’apre nel segno d’Euterpe, musa del bel canto, oltraggiata dalle stecche di Nucci e dalle controstecche della Bertelli in onore dell’aedo Battisti da Poggio Bustone. Ma la musa si ribella e sotto forma di calabrone punge nel seno la Bertelli per farla smettere. Per scongiurare anche ripercussioni meteorologiche, Chiarugi sacrifica allora il fondoschiena a San Marco protettore delle selle, cospargendo l’oggetto sacrificale con una crema miracolosa della maga Bertelli, anch’ella partecipe al rito per un’analoga questione ginecologica altrettanto spinosa.  

Gli argonauti pedalano nelle terre senza voce, dove le uniche parole sono i vocaboli, come qui usano chiamare certe vie sui cartelli toponomastici. Le loro bici onuste di suppellettili dedicano una sosta fotografica all’asina di Stipes, col suo bel basto sulla schiena, che simboleggia l’umile e silenziosa fatica spesa per realizzare questa ardimentosa traversata. Da qui in poi, complice il fulgido carro di Febo e le opache energie dei ciclisti, l’orologio dello stomaco e quello della vescica rintoccano in continuazione, interrompendo le marce più di una volta all’ora. Paesi che sarebbero ignorati da qualsiasi frettoloso navigante vengono così perturbati nella loro quiete quotidiana da questi quattro esigenti invasori. A Castel di Tora, per esempio, oltre allo stomaco anche le chiappe si ristorano nelle chiare, fresche e dolci acque della fontana monumentale, mentre la mente pianifica il cammino e i polmoni sbuffano d’impazienza osservando Nucci tergiversare con affettazione sull’affettatura di caci e prosciutti da parte di malcapitati vivandieri. Intanto Pomona, dea italica della frutta, per ingannare il tempo offre morsi rinfrescanti che illudono di vigore zuccherino. Paesi invasi, paesi ammirati sulle roccaforti o paesi solo intuiti dai cartelli, la memoria s’invola nelle facezie per dimenticare i dolori: Saracinesco, dal nome di un famoso portiere russo degli anni trenta; Sambuci, protettore dei gay; Olevano, dove hanno inventato il coitus interruptus.

Il Passo della Fortuna, dedicato alla dea romana dell’abbondanza, ricorda ai ciclisti la mutevolezza dei loro destini che dopo 400 chilometri sono in mano a forze sopranaturali che girano le ruote degli eventi e delle loro bici esauste. Montelanico sarà ricordato con l’ultima delle infinite soste sotto il getto dell’ultima acqua sacra, quella di Castalia la ninfa che per sfuggire a Febo si trasformò in una fonte d’acqua ispiratrice per poeti. Anche i ciclisti hanno cercato per più di venti ore di sfuggire a Febo senza riuscirvi. Il suo raggio era sempre più veloce e i loro corpi si sono lasciati cuocere a pezzetti senza ribellarsi. L’ultima immersione battesimale è davvero ispiratrice e dalle vene inaridite cominciano ad uscire note di energia poetica. Gli eroi sui pedali intravedono le corone d’alloro che cingeranno le teste al posto dei pesanti caschi. Il Circeo e il mare dalle isole invisibili si possono toccare allungando la mano oltre l’orizzonte dei monti Lepini che appaiono meravigliosi, forse anche perché definitivi.

Seripa, tenace automedonte, conta alla rovescia le salite che mancano ma che sono sempre un po’ di più di quelle che dice. Ulisse, invocato a Colleferro, si materializza sulla Cona di Selvapiana in groppa ad un Pegaso con la marmitta. È il momento di credere nell’imminenza del traguardo anche se è impossibile capire dove sia. L’eremo di Forcina è ignorato dall’ANAS e dal catasto, e il nocchiero Seripa, unico depositario del segreto della mappa, oltre allo stesso Ulisse sul Pegaso roboante, narra di una salita conclusiva da percorrere in processione pedestre. Ma esagera. Perché nelle gambe dei quattro argonauti ci sono ancora in serbo molti guizzi d’orgoglio che risvegliano i pedali dal torpore ingravescente.

L’arrivo è quello parco e misurato di emozioni che ci si aspetta da chi, come loro, ne ha viste e provate tante, su tante bici. Ma la modestia, che non è una dea, può per un momento superarsi e senza enfasi ammettere che i nostri sono proprio dei bravi ciclisti, o più semplicemente dei ciclisti, o almeno semidei.