Le vacanze degli animali che pedalano

 

29 luglio - La iena

Il ciclista ridens è un mammifero carnivoro appartenente alla famiglia degli Ienidi che vive nelle aree boscose del monte Serra migrando nei mesi caldi dal circondario empolese. Ha il corpo tozzo, lo sguardo grifagno ed è facilmente riconoscibile per le ipertrofiche zampe posteriori con cui zompa felino sulle prede prima di divorarle avidamente. Si nutre perlopiù di carogne o di ciclisti in decomposizione che intrappola sulle salite ancora moribondi, li stacca maciullandoli pezzo a pezzo e quando è sazio emette un caratteristico grido stridulo simile ad una risata.

Il caro Boldrini è una bestiola dotata di spirito e non si offenderà per quest’ennesima similitudine animalesca o forse non la leggerà mai e se leggerà non capirà. Ma è per sua insistente richiesta che si divulga al mondo intero quest’esempio di necrofilia atletica, questo infierire con predaci pedalate su corpi putrescenti.

La sindrome del dopo-Tour quest’anno si è manifestata sotto forma di carneficina epidemica che non ha risparmiato nemmeno l’inossidabile presidente Caparrini. Stanchi, feriti o convalescenti, gli uomini del Tour marcano visita, mentre Boldrini era fermo ad aspettare sulle rive dell’Arno i loro cadaveri portati a valle dalla corrente. Compare solo la salma di Chiarugi e quella di Tempestini, reduce non di Tour ma di Valtour e comunque nondimeno necrotico. Boldrini annusa le maleodoranti prede e comincia a leccarsi il pizzetto con la lingua lunga e setolosa. Per tutta la piana fino a Buti semina sulla strada una visibile scia di saliva. Boldrini saliva, Chiarugi saliva un tempo non lontano a velocità doppia sul Serra, ora si rassegna a vedere il maramaldo che prima lo accompagna e poi lo abbandona con sprezzante ostentazione di superiorità. Dai ripetitori si diffonde una risata canina. Le ossa di Chiarugi e Tempestini giacciono spolpate al sole ma le anime rimangono latenti nei midolli in attesa di uno squillo di vendetta. Chiarugi, dando da mangiare all’affamato ha compiuto un’azione evangelica che lo avvicina alla redenzione ma nelle sue gambe si stanno rapidamente riattizzando le fiamme dell’inferno.

 

5 agosto – I camosci

È tempo di migrare. Ora in terra d’Abruzzi approda il Trio avventuroso dell’Empolitour in cerca di allori nei feudi dai nomi senza fine, Roccamontepiano, Lettomanoppello, Serramonacesca: respiri lunghissimi, più lettere che abitanti. Il mistero dei nomi: Block Haus è più duro a pronunciarlo che a scalarlo. Sembra una montagna nazista e qualcuno racconta di una sua strada come di un plotone di esecuzione che inchioda al muro. Da Roccamontepiano si sviluppa invece il versante che fa più fede alla toponomastica un po’ ossimorica (monte-piano) ed è il campo di battaglia della prova decisiva del Master Vette, titolo che parla come una prestigiosa laurea in economia scalatoria. Pochi pretendenti selezionati dalle dure prove d’esame preliminare, si ritrovano nel cimento finale per una serie di duelli all’arma ruotante, tanti quante sono le numerose suddivisioni categoriali che permettono a Nucci e Chiarugi di giocare in parallelo la loro partita, anche se è sempre possibile invocare un sottinteso campionato sociale che frutti come premio l’investitura cavalleresca da parte della Bertelli, oggi battitrice libera non soggetta al vincolo della combinata dei tempi.

Non c’è molto afflato narrativo in una gara, l’affanno gronda sulla pipa del manubrio, indifferente ai pensieri e alla bellezza degli spazi che negli ultimi chilometri diventano lunari con una vista astronomica sulla terra che sorge. Solo la Bertelli, mentre gli altri sbuffano, cattura pacatamente gli odori vegetali dispersi nell’aria calda. Il suo è un passo da dama di compagnia al ricevimento di corte, le avversarie al suo cospetto cadono o si riducono a minuscole cicliste. Con gli uomini che le ronzano attorno sa essere un conforto vocale o una spietata castigatrice se si accorge che sono incollati con ostinazione alla sua ruota per il solo orgoglio maschilista di non essere staccati da siffatta pulzella.

I suoi due cavalieri impegnati nella giostra si coprono d’onore. Nucci vince contro il proprio fisico ancora ammorbato dal Tour e tiene lontani i modestissimi sfidanti ma è su Chiarugi che si misura la virtù del reparto. Con una rimonta che non si vedeva dai tempi di Moser su Fignon spodesta il contendente al titolo e si fregia del secondo scudetto per la Ciclistica Empolitour. Stacca Nucci ma perde per pochi secondi la complessiva disfida intrasocietaria e con essa lo ius primae noctis sulla Bertelli.

Con due primati di classifica, la vittoria di tappa della Bertelli ed una lieta coppa sociale con cui libare in onore del presidente il conquistato spumante, il Trio torna fiero ed onusto di gloria e di frutta, festeggiando questo valore olimpico sul lago di Piediluco che tanti campioni di canottaggio ha battezzato. L’Empolitour dopotutto è una società di poeti, mostri e navigatori.

 

8 agosto - I sasselli

Dice il proverbio: “Al Caparrini non sia narrato quanto è buono pedalar sullo sterrato”. Questa riedizione del monte Serra da Ruota è dedicata al presidente che in anni di maggior estro volle cimentare le ruote sottili insieme a Nucci e Chiarugi su questa pietraia disorganizzata dichiarando alla fine che una volta nella vita è una volta di troppo. Da allora ha sempre condotto gli adepti nella scalata anticoncezionale fino al paese dove la strada è liscia e porta alla dolce meta di un ristoro per fedeli uscenti dalla messa. I restanti sette chilometri selvaggi sono diventati una via d’alta perdizione non praticabile da ciclisti puri, perché omnia munda mundis, tutto è puro per i puri, anche le strade. Ma la Bertelli, che possiede una natura angelica ed una diabolica coesistenti in una stessa anima, è improvvisamente ispirata da Satana e in un giorno sconsacrato conduce i due più fidi seguaci nei meandri del peccaminoso sterrato. Il Trio votato alle scorribande estive penetra così in un mondo inadatto alle anime fragili, dove i sassi feriscono gli inermi fascioni che cercano temporaneo sollievo sul manto degli aghi di pino, apparentemente ovattato ma foriero d’insidie destabilizzanti. Solo aghi di pino e silenzio e tafani che su ciclisti viaggianti a 8 Km/h potrebbero organizzare banchetti nuziali o una sagra del sangue succhiato ma che invece, forse stupiti dalla facilità di predazione, svolazzano attoniti su quei corpi madidi e traballanti, raramente infierendo con le loro dolenti siringhe.

Il sudore con la polvere non fa in tempo a diventare fanghiglia salata, l’esperienza è breve e le anime di ferro leggero non sembrano contente di questo terreno eretico. Gli stravaganti condottieri capiscono le perplessità dei delicati mezzi tremebondi e terrosi, e così li ricompensano con una domenica di riposo lasciando il palcoscenico alle loro sorelle più forti.

 

12 agosto – I formichieri

L’alta ora di Barga cade blanda dal cielo come un anno fa. Il Trio ritrova il geniale Trasacco e un suo baldo scudiero che sostituisce l’accidioso Bhoss. È giorno di lavoro per bici membrute e tenaci nelle alte praterie celesti tosco-emiliane abitate da Manitù e da qualche escursionista pedestre o equino.

Le storie di mountain-bike non piacciono al presidente ed alla sua fazione conservatrice dell’Empolitour che forse vede nella giocosa fanciullezza di queste bici lente una rivalità con il ciclismo da strade lisce e veloci. Ma non è una rivalità, è semmai un’alternativa spirituale, perché con la stessa gestualità atletica della pedalata la mountain-bike regala graffi, lividi, escoriazioni tremori e mirtilli, emozioni che le bici frettolose degli asfalti non hanno il tempo di offrirti.

In un anno l’itinerario non cambia ma la natura matura. Anche il regno minerale ha una vita propria, i ciottoli crescono e si moltiplicano sotto le ruote possenti ma goffe. Da Renaio a San Pellegrino in Alpe è come risalire il Sambatyon, il fiume di pietra delle tribù disperse d’Israele. Libertà va cercando il ciclista barcollante; la quiete non si descrive con le parole e i pensieri sembrano frantumarsi come se ognuno li portasse nelle tasche posteriori in forma di calici di cristallo. In mezzo a questa natura indocile i nessi logici si spezzano come la catena di Trasacco che esordisce con un intervento tecnico di sopravvivenza assistito dal palafreniere, mentre il Trio ne approfitta per adocchiare i primi lamponi. Non solo libertà va cercando il ciclista sobbalzante ma anche lamponi e mirtilli simbolo di una dolcezza centellinata, di una virtù ascetica dell’uomo formichiere che fatica duramente per godersi i piccoli piaceri della vita, senza ingurgitarli ma assaporandoli uno ad uno dopo averli inseguiti e scovati fra le sterpaglie della quotidianità. Poi c’è chi, come Nucci e Bertelli, rompe l’incantesimo della metafora divorando schiacciate ripiene alla prima occasione di vile bar sul vile passo delle Radici che il vile ciclista affronta dalla Garfagnana incurante di un parallelo itinerario purificatore come il San Pellegrino in Alpe. È un breve momento di mondanità, poi i cinque ondivaghi tornano a sentirsi soli con la propria libertà che gira insieme alle ruote artigliate.

Strade senza nome segnate dall’esperienza di Trasacco, buche senza legge, concerto di ferraglia in mezzo ad una messa all’aperto, salite spigolose e polverosi sudori. C’è una diversa scala cinetica nella mountain bike, l’equilibrio è di per sé una forma di velocità, il tempo si misura in decine non in unità, come pure le soste che non si possono contare perché spesso sono indistinguibili dal movimento; non ci si ferma per riaversi dalle pedalate, semmai si pedala per riaversi dalle fermate che sono lente, libere e assolate. Ci pensa Trasacco, archivio di freddure, a rinfrescare più del venticello montano e solo i mirtilli che gli riempiono la bocca salvano il gruppo dall’assideramento. Il mentore della spedizione oggi lascia il suo atletismo di lungo fondo per indossare i panni di un esperto ciclista gaudente dell’Empolitour. Così apprende anche il concetto di darwinismo sociale. Mentre sostituisce la camera d’aria forata il Trio s’avventa sulle frasche a far razzia di lamponi. Il suo scudiero sembra preferire le barrette energetiche e come novizio merita indulgenza. Poi in mezzo a un lago di gocciole nere prima del passo della Forcella si evolve e comincia a piluccare anche lui. Il mirtillo è un frutto socializzante anche se apparentemente mette i raccoglitori in competizione. Qui la natura esagera in prodigalità, i formichieri dimenticano d’essere ciclisti e non è difficile, perché il passo della Forcella si valica proprio a passo e l’immancabile freddura di Trasacco suona più o meno così : “Meno male che abbiamo le biciclette sennò si doveva andare a piedi”. Il salir per ardue scale mena il quintetto nel punto più vicino a questo cielo brillante. Altra pausa d’irraggiamento riflessivo a culo per terra e poi ritorno per vie inedite. Quando Trasacco propone novità i credenti si segnano, gli atei si rassegnano, ma la scorciatoia sperimentata l’anno prima su istanza dell’accidioso Bhoss conserva ancora nella memoria sfregi e contusioni, per tacere delle urla sovrumane della Bertelli. Tuttavia, per non dimenticare che in mountain bike la vita scorre in bilico fra il cielo e la terra, lo scudiero ruzzola sui sassi sporgenti e Nucci lo imita planando su un soffice manto d’ortica.

La discesa scuote, percuote e inganna la percezione dello spazio. Dopo un’esperienza di frullatore che pare interminabile si scopre di aver percorso un paio di miseri chilometri, tutti condensati in mani e braccia che diventano rigidi prolungamenti del manubrio. Chiarugi, un tempo pavido e razionale, a forza d’inseguire la Bertelli nelle selve sembra aver perduto gran parte dei suoi freni inibitori discendenti, guadagnando in predisposizione alla traumatologia. Trasacco annuncia lo sterrato finale ondulando delicatamente la mano e ci si ritrova in un fuoco di fila di strappacci che ispirano come gioco di società una sfida all’ultimo equilibrio: perde chi mette il piede a terra e sono lecite ostruzioni a tradimento. Il modo più sicuro per battere la Bertelli è invocare il suo telefonino che puntualmente squilla nei momenti topici delle salite.

La comparsa definitiva dell’asfalto, come preludio ad un volo silenzioso verso le basse quote, è segnata da una fonte con una stele che parla in stile aulico di belanti greggi ivi convenuti dopo lunghe marce su aspri tratturi, ma soprattutto da un affezionato ambulante che vende pane di patate e pecorino di belanti greggi, cibo che strozza come le più orgogliose pattone ma serve a riavvicinare al tran tran della civiltà i cinque ciclisti inselvatichiti dai frutti di bosco (ultima scoperta della Bertelli, le fragili fragoline dolci come i suoi sguardi migliori).

Tu vuoi che pensi dunque al ritorno. Pascoli guarda dal suo cantuccio uno strano andirivieni di automobili, su e giù per i suoi luoghi natii, e non capisce perché quelle bici tanto robuste li abbiano evitati con tanta determinazione. Poi i fanciullini se ne vanno e lui rimane solo a guardare aprirsi le stelle nel cielo sì tenero e vivo. Suona ancora l’ora come un cruccio, si torna a vivere nei pensieri intatti, lunghi come la notte, brevi come le gioie di un passato che non ritorna, tristi come gli ultimi versi di una poesia che nasce allegra. Nel mio cantuccio d’ombra romita lascia ch’io pianga su la mia vita.

 

15 agosto – La sirena

L’insaziabile Trio è ancora alla ricerca dell’età perduta. Dopo la domenica di mountain bike che ha rappresentato il ritorno all’infanzia, quando l’equilibrio sulle due ruote è un fiero obiettivo di virilità da conquistare con sprezzo del capitombolo e quando la mamma non vuole che si pedali sulla strada maestra perché ci sono le macchine, oggi la regressione si spinge fino alla vita intrauterina, nel ventre materno. In quest’Empolitour ferragostana, e soprattutto in due terzi di essa, c’è voglia non inconscia di una giornata fetale, trascorsa con scarsi movimenti delle gambe, immersi nell’acqua a nutrirsi passivamente. Nella Bertelli si scatena un’irresistibile invidia dell’amnios. In questo giorno di sapore di sale e gavettoni, il suo è un desiderio d’acqua dolce e quando sente parlare del balenabile fiume Merse non intende ragioni. La bici diventa improvvisamente un insostenibile basto. Nel suo porporeggiante body smanicato, che visto da dietro la fa sembrare un carnoso violoncello, emette suoni lamentosi ad ogni sintomo di salita. Queste note di ostinata disapprovazione turbano non solo la fatal quiete della campagna senese ma anche l’animo e il lessico del pacato Chiarugi che, come proponente l’itinerario, si sente il primo destinatario di tanta ostilità. Le more sono dolci pillole della serenità che assunte in alte dosi sembrano ristabilire la naturale concordia così pure un volo delicato di farfalla che passa di fiore in fiore come segno di pace. Ma nella Bertelli il richiamo ancestrale verso il liquido vitale è troppo forte. Il suo volto e le sue parole s’inaridiscono al pensiero dei chilometri che la separano dall’acqua. I quaranta gradi favoriscono un contatto metodico con bar e fontane ma questo rapporto succedaneo non attenua affatto il suo malcontento. Quando la strada comincia a serpeggiare intorno alla Merse il riottoso pesce fuor d’acqua si ricorda di non essere muto e ringrazia gli accompagnatori definendoli amorevolmente singole porzioni solide di materiale organico emesso da mammiferi di grossa taglia dopo un lungo transito per vie strette e buie. Dopo 86 chilometri di rara solitudine vissuti come un penoso conto alla rovescia, il fiume dei desideri esce dai pensieri ed offre fresca accoglienza alle blande spoglie dei ciclisti. I tafani senesi aspettavano da anni questa occasione. I loro pungiglioni, che avevano conosciuto soltanto ruvide e puzzolenti squame di pescatori, ora possono assaporare il velluto di una sirena. Mai avevano visto una tale meravigliosa creatura ittica con le gambe di ciclista e il corpo di donna e naturalmente concentrano su di lei le loro aspirazioni trascurando gli altri due più grossolani ospiti.

Immersa nella Merse la sirena è serena, le acque si addolciscono quando la sfiorano e le sponde del fiume si abbassano per aiutarla a risalire a riva. Ora però che sono riusciti a scalciare nell’utero materno fra i flutti del liquido amniotico, i ciclisti dovranno trovare un modo per regredire nella prossima uscita allo stadio di ovuli e spermatozoi.

 

19 agosto – Le rane

La fantasia del Trio pedala col lungo rapporto e il vento a favore. Quando qualcuno dice di organizzare un giro sul monte Amiata, l’interlocutore pensa con l’analisi logica della frase ad un complemento di moto a luogo, ossia ad un giro verso il monte Amiata inteso come vetta. Qui invece si tratta di un complemento di argomento, ossia di un giro che riguarda l’Amiata, che lo circuisce senza sormontarlo, che passa da sette bivi per la vetta senza cedere alle sue blandizie e che alla fine accumula con tanti mangia-e-bevi di sottomonte un dislivello almeno pari alla semplice salita e discesa. Ma la sirena si mostra ancora refrattaria alle alte quote. Tutte le volte che legge un cartello indicatore per la cima del monte invita i suoi due delfini a seguirlo perché non siano sacrificati dalla sua neghittosità, sottintendendo però che se lo facessero potrebbero pentirsi d’essere nati.

Fantasia e improvvisazione muovono questa triade di Empolitour vacanziera. Siccome le vacanze non sono intese alla maniera del presidente come astensione dalla bici, i tre girovaghi le interpretano come astensione dalle regole che durante l’anno scolastico sono a dire il vero piuttosto rigide. Partire e poi si vedrà. È questo l’unico motto ispiratore. Anche le soste sono casuali e numerose e dipendono in massima parte dall’ubertosità dei rovi. Per fortuna il più dovizioso di more arriva subito dopo dieci chilometri e con un assedio estenuante viene saccheggiato fino alle prime sensazioni di rigurgito.

La ricerca di un inesistente pecorino di Seggiano permette di evitare una lectio brevis della professoressa Bertelli che avrebbe toccato come argomenti portanti i canti gregoriani di Sant’Antimo e il Brunello di Montalcino. Nucci in virtù della carica di vicepresidente cerca di mettere ordine nell’andamento anarchico della spedizione e decreta con un’ordinanza d’immediata attuazione la visita a tutti i centri storici dei paesi attraversati, prediligendo gli acciottolati sconnessi, i sensi unici, le erte rampe e i cul de sac. Castiglione d’Orcia, Seggiano, Castel del Piano, Arcidosso, Santa Fiora, Piancastagnaio e Abbadia San Salvatore sono perciò violati nella loro intimità. Questo è un cicloturismo mordi e fuggi, anzi bevi e fuggi perché il frenetico movimento di sgancio e aggancio del piede dal pedale fa sudare molto e richiede un continuo aggiornamento delle borracce alle fontane monumentali.

Dimentichi ormai del cacio mancato, i tre devono rinunciare anche alla sagra dell’acquacotta di Santa Fiora (che precede di una settimana quella dell’ariafritta e di un mese quella del fumodarrosto) per opposizione di un terzo degli aventi diritto che si appella all’asserto per cui un cibo, seppur semanticamente insussistente, deve essere ingerito secondo il criterio della meritocrazia motoria. In parole povere, per lo sforzo fisico finora sostenuto le more di Castiglione d’Orcia possono ritenersi nutrimento più che congruo. Non la pensa così Nucci che dalle tasche sfila e manduca ad intervalli regolari un raccapricciante panino col formaggio che è indistinguibile per aspetto e sapore dalla carta stagnola in cui è avvolto.

Intanto un cartello in cui è scritto che Santa Fiora è comune contrario al transgenico spiega perché non si è potuto portare Boldrini. Il caro mostriciattolo è però nel pensiero di tutti quando si ripercorrono alcuni chilometri di Cassia che a ritroso lo videro alacre tiratore scelto durante l’Empoli-Roma.

Si diceva della possibilità con questo tipo di ciclismo di regredire alle minime età di sviluppo. Con l’abluzione finale a mo’ di rane in una pozza d’acqua torbida presso Bagno Vignoni si è raggiunto finalmente il livello di ovuli e spermatozoi sguazzanti nel muco cervicale o nel liquido seminale prima della fecondazione. Ora che si è toccato il fondo dell’involuzione cellulare, per il principio di circolarità della vita si può anche tornare ad essere ciclisti maturi.

 

25/26 agosto – Le aquile

Planano nel cielo del Parco Nazionale d’Abruzzo. Sulle loro ali forti e stanche l’aria lucente imprime un moto leggero, una pedalata volteggiante cullata dalla lenta brezza del Fucino che trasporta i moscerini ad annegare nel sudore. Il desiderio del Trio è di un ciclismo ovattato, un volo su inesplorate vette appenniniche senza faticosi colpi d’ala, come rapaci in ricognizione silenziosa. A questo scopo l’aquila romana Seripa offre ospitalità e custodia angelica. Guida lo stormo su strade sgombre di rumore e di nubi, da regalare a gambe rilassate ed occhi ben aperti sul nuovo mondo perché sia dimenticato il furore che brucia durante una gara o una caccia a Boldrini.

Si parte da Pescina e s’incontrano subito due paesi dei Marsi, Venere e Gioia, naturalmente dedicati alla Bertelli. Alla nostra aquila reale è dedicato anche il primo passo, quello del Diavolo, in virtù del suo body luciferino e tentatore, rosso e inebriante come vino, d’annata il vino, dannata lei. All’uscita da ogni paese ci salutano le effigi del parco, l’orsetto seduto, detto anche “Nucci quando ha fame”, e la scarpetta di Venere, detta anche “calzatura della Bertelli”.

Lo sparviero Nucci, col becco umido e lo stomaco esigente, dopo un volo a larghe ruote scorge allora dall’alto una traccia di cibo nascosto in un negozio di Pescasseroli e lo ghermisce in picchiata. La preda, divisa in parti sociali, consta di frutta, pane con scamorza e due borracce piene per mandarlo giù. Seripa annuncia come efficace digestivo la salita di passo Godi. Qualcuno s’illude nel godimento di un’aspra pendenza ma di aspro s’apprezza l’odore delle cacche e la bellezza di sconosciuti fiori blu o lilla che in miniatura sembrano armi di Mazinga, curiose specie di magli perforanti con lame ruotanti.

La pubblicità è l’anima del commercio. Il cibo è l’anima di Nucci. Dopo cinque insegne inneggianti al pan dell’orso, lo sparviero piomba sul lago di Scanno e impone la degustazione, in porzioni stranamente pediatriche, del reclamizzato prodotto che l’esofago colloca fra una pattona pirenaica e il panino con la scamorza di Pescasseroli. La generosità idrica del luogo può comunque permettere di osare anche cibi indeglutibili. Difficilmente si riesce ad usare la borraccia in sella perché gli abbeveraggi alle fonti sono frequentissimi. L’acqua diventa un artista fra le gole del Sagittario ed un giocattolo scherzoso ad Anversa dove la temperatura di 35°C ricorda che non siamo in una classica del nord.

Dopo un piluccante meriggiare presso un rovente rovo, tappa d’obbligo è Cocullo, paese noto per le serpi in processione e per un negozio globale che vanta titolo di bar, alimentari, edicola, macelleria, parrucchiere e ambulatorio erpetologico. La strada, per onor di folclore, si asserpola sulla montagna con un’immensa circonvoluzione e poi scompare dietro una cava. Le aquile girano intorno al silenzio prima del tuffo finale su un gelato di Pescina coronato di panna che raggiunge l’indigerita scamorza per un connubio che durerà tutta la notte.

Paganica è la stazione di partenza della seconda tappa. Stazione in tutti i sensi. Stazionario è l’umore dei quattro ciclisti-volatili destinati a nidificare sulle ardite vette del Gran Sasso. L’horror celeritatis è ancora un sentimento stabile. Ogni distratta o istintiva velocizzazione conduce all’isolamento. Lungo la trafficata pista di decollo fino a Barisciano il gruppo è sorpassato in tromba da un ciclista baffuto che ispira più simpatia che atletismo estetico. In Nucci scatta la solita sindrome del veltro che con automatismo predatorio lo porta ad inseguire l’onesto pedalatore fino ad una fontana della pace dove si scopre che parla come Vito Taccone senza però usare l’articolo i davanti ai plurali maschili che cominciano per s impura. I cinque entrano a Santo Stefano di Sessanio, paese che non ammette abitanti con la lisca. Le sue stradine nella roccia affascinano i visitatori ma a pensarci bene ogni casa di pietra è triste come una tomba. Si legge di prodi figli morti in guerra per l’alma madre, s’immaginano tanti volti taciturni di pastori, i saluti degli emigranti, la neve che copre le spoglie del borgo come un lenzuolo mortuario. I cento anziani abitanti si ravvivano ogni anno con la sagra delle lenticchie, seconde soltanto a quelle di Castelluccio. Il nostro piccolo stormo, salutato dal ciclista baffuto che si chiama Osvaldo, torna invece a ravvivarsi con la sagra della lentezza su una salita senza nome e senza vita che porta a Campo Imperatore.

Questi monti sono cresciuti nell’abbondanza di spazio senza sgomitare fra loro per esporsi al sole. Ognuno largheggia in vasti giardini dove le strade si riposano come le mucche, come le piccole e innocue mosche che ammantano le schiene dei ciclisti ma che inopinatamente non hanno una predilezione selettiva per gli effluvi corporei della Bertelli.

Una strada di larghe vedute si arrampica verso il Corno Grande, morendo molto al di sotto delle sue torri ma consentendo almeno qualche chilometro di sano affanno. Sul parcheggio dell’arrivo, che un cartello non removibile definisce completo, risuonano i canti popolari di una corale in costume ma le orecchie di Nucci, lupine come la sua fame, ascoltano soltanto la musica dello stomaco, rapidamente insonorizzato con un’irriverente salsiccia. A giudicare dalla fluidità masticatoria del consumatore questo cibo, diversamente dal pan dell’orso e dalla scamorza di Pescasseroli, va giù che è un piacere, tanto è lubrificato da grasso ed unto a basso coefficiente d’attrito dinamico.

Per aiutare la fantasia del narratore le quattro aquile volano a L’Aquila verso un gelato di piazza che costa venti afosi chilometri aggiuntivi e la delusione di novantanove cannelle da cui sgorga acqua non potabile mentre allo scalo di Paganica un’auto calda ed una fresca stanno aspettando da più di sei ore questo trenino locale che ferma in tutte le stazioni e non è mai in orario.

 

27 agosto – Gli usignoli

Lasciata l’ala protettiva di Seripa, il Trio si trasferisce a Rieti ed assiste all’incoronazione di Carlo II d’Angiò detto lo Zoppo. Nessuno sa perché claudichi e nessuno conosce la terzina del Paradiso con cui Dante lo descrive (“Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme / segnata con un’I la sua bontade / quando il contrario segnerà un’emme.”) e che è un modo enigmistico per dire che per ogni buona azione ne compiva mille scellerate. Nessuno sa perché i reatini organizzino questa pomposa manifestazione per ricordare un sovrano tanto meschino che si fermò nella loro città soltanto perché c’era il papa e che vendette la giovanissima figlia Beatrice al vecchiaccio Azzo VIII d’Este, come dice ancora Dante nel Purgatorio (“L’altro, che già uscì preso di nave, / veggio vender sua figlia e patteggiarne / come fanno i corsar dell’altre schiave”).

A proposito di Beatrice, la Bertelli l’indomani si veste da violoncello rosso ed è segno che incomincian le dolenti note a farmisi sentire; or son venuto là dove molto pianto mi percuote. Le sue corde sono in tensione. Si sente sopraffatta dalla decisione di un giro sul Terminillo che avrebbe scavalcato le sue intenzioni ma nessuno dei due orchestrali accompagnatori capisce quali siano queste sue intenzioni che vibrano fra una visita invereconda a Piediluco e una doppia scalata palindromica del Terminillo stesso. Alla fine, questo dolce strumento di desiderio sembra acquietarsi sulla volontà dei più ragionevoli musicanti che la portano a suonare i pedali fra fiumi azzurri e praterie dove scorrono dolcissime le mie malinconie. Citazione necessaria, perché il giro, più che del Terminillo, si fregia di un religioso passaggio a Poggio Bustone, paese, come recita il cartello stradale, di Lucio Battisti e Attilio Piccioni (e chi era costui?). Parte da qui una rievocazione musicale che subisce le stecche di Nucci, gli acuti della Bertelli e il parlato di Chiarugi. Una sensazione di leggera follia sta colorando l’anima del Trio. Battisti si agita nella tomba di Molteno dove riposava in pace dall’11 settembre 1998. Nel suo paese a forma di balcone metà degli abitanti si chiama Battisti. Metà di costoro viene battezzata Lucio, l’altra metà Mogol. Poiché esisteva già una Via Battisti dedicata al patriota Emo, il sindaco ha fatto costruire nel marzo 1999 guarda caso “I giardini di Marzo” che oltre a vestirsi di nuovi colori ospitano una statua con la chitarra che rivaleggia con quella di San Francesco rivolta a valle a benedire le distese azzurre e le verdi terre.

Il Trio sembra aver imboccato finalmente un ritmo fluente di vita nel cuore ma ad un certo punto ti telefono se vuoi, non so ancora se c’è lui. Suona il telefonino della Bertelli e cessano le sue melodie mentre ci si dirige verso il confine fra Stato Pontificio e Regno delle due Sicilie.

Hic sunt leones. Su Leonessa splende effettivamente un sole un po’ africano anche se qui amano dire che ci sono undici mesi de friddu e unu de friscu. Il cammino alto e silvestro per il Terminillo è alimentato da frutta fresca mentre tace il canto libero e si riducono all’essenziale pensieri e parole. C’è chi si domanda come può un pomodoro arginare la fame e c’è chi chiude gli occhi per fermare qualcosa che è dentro me ma nella mente tua non c’è. Si sale su nel cielo aperto, fra gli improperi della Bertelli, e poi giù il deserto a Vazia con un discesone rilassante.

Terminillo porta nel nome il senso di una piccola fine. La, la, la, la, la, la, la, la, la arrivederci. Arrivederci atleti alati alle alte asperità appenniniche. Avete assaporato ancora amicizia, amore, acrimonia, afa, affetto, affanno. Adesso aspettatevi altre abitudini antiche.