Sedicesima puntata 17/10/2004

Caparrini tradito da una gentil donzella nella Classica del Chianti

 

“Solicello scherzoso che ti desti

e trovi tracce di recenti pianti,

non ridormir come i ciclisti festi

che troppo sono stati titubanti

languendo dentro le notturne vesti

invece di partir con noi nel Chianti,

la Classica che chiamo di Chiusura

ma che non chiude niente e etterna dura.

 

Fa’ che ogni raggio tuo sui nostri brilli,

i raggi che solleticano l’aria,

fa’ che ruotando sian come lapilli,

come girandola di luce varia

che sembri un fior con petali e pistilli,

non una ruota a raggi routinaria.

Irrompi in mezzo al ciel che si corruga

e queste strade lacrimose asciuga.”

 

Parlottava così Caparrin oltre

che aspettare ciclisti, e all’otto in punto

poteva constatar ch’erano sol tre:

lui con Chiarugi e con Trasacco giunto

per riposar le proprie membra poltre

dopo una gara che l’aveva emunto.

Perché, si sa, il robotico Trasacco

viene con noi solo s’è molto stracco.

 

“Non basterebber due siffatti soli”

pensava Caparrini “per far effetto

sugli altri.” Ma poi vide anche A Bagnoli

e Giunti e Tempestini col farsetto,

Nucci, Bertel, Boldrini coi braccioli

e Borchi invece in invernal assetto.

Parte così la Classica autunnale

dove nessun si veste all’altro uguale.

 

E mentre Borchi pare in Val Gardena,

Caparrini, vestito ancora da spiaggia,

mantiene i manicotti a mala pena,

ma col giudizio da persona saggia

l’impulso d’estirparli tosto frena,

anche se intanto il suolo già s’irraggia,

così la strada dentro la boscaglia

umida ancor, come uno specchio abbaglia.

 

In tal riflesso ch’ogni sguardo acceca,

erra il plotone a venticinque all’ora

finché rallenta e qualchedun impreca.

È la Bertelli, manco a dir, che fora:

a gonfiare le gomme non si spreca

e basta un sassolin che la deflora.

E qui conviene che Chiarugi irrompa

a prestarle la più efficiente pompa.

 

Oggi difatti il capitano monta

bici da pioggia con la pompa grossa,

l’unica fatta per gonfiar senz’onta.

Ormai il ciclista di tendenza indossa

solo la pompa piccola che conta

quanto una bocca che soffiare possa.

Così la bici è più leggera almeno,

ma quando fora torna a casa in treno.

 

Quindi convien che in Chianti si prosegua,

e il picciol Chiesanuova d’antipasto

già fa capir che non ci sarà tregua.

Lungo è il cammin, temibile e nefasto:

a turno c’è qualcun che si dilegua

e il duca lì a contar chi c’è rimasto:

“Chiarugi sì, Bertelli sì, poi Giunti,

Trasacco sì, poi Nucci, e gli altri espunti.”

 

Così scremato il gruppo più non trema

perché c’è il sol ed è Boldrin distante.

Or vagano le menti senza tema.

Caparrin ha un pensiero dominante:

“Non penso al maritozzo con la crema,

nemmen al bombolone ridondante.

Pregusto mentre spingo sulla sella

l’alto valor d’una gentil donzella.

 

Amore? No, panino col prosciutto

e col formaggio caldo che s’espande:

questo da sempre è il mio bramato frutto.

In questa Classica graziosa e grande,

dopo ben dodici anni dal debutto,

stesso è il percorso e stesse le vivande:

la sosta-Pagni vige a Castellina

a base di donzella e di lattina.”

 

Figuriamoci quanto Nucci agogni:

un gruppo di fogati lo sorpassa

e lui riman con la donzel nei sogni.

La sua concentrazion è tanto lassa

che Giunti, già adempiente ai suoi bisogni,

lo stacca a Castellina a testa bassa,

come s’addice a una viril persona

lo guarda e passa e di lui non ragiona.

 

“Una donzella con lattina, prego!”

Procombe Caparrini sul barista

ricevendo da lui fatal diniego.

“La cosa francamente mi rattrista.

Mi toccherà un panino di ripiego.

Quello mi dia ch’olezza in bella vista!”

E il dito va dove la fame vuole

indicando prosciutto tra due suole.

 

“Che glielo scaldo?” Disse l’esercente

con un sorriso fra il cortese e il ganzo

sfregandosi le mani nella mente.

“S’è sbolognato pure quest’avanzo!”

Pensava poi servendo al presidente

l’alto valore di quel caldo pranzo.

Nucci e Bertelli dietro a lui sbavanti

furon trattati con gli stessi guanti.

 

Fiero fu il pasto e pertinaci i morsi

sferrati su quel bel cuoio farcito

a cui nessun di loro volle opporsi.

E nel ritorno, che non fu spedito,

i nostri seppero comunque imporsi

nel record del panino indigerito:

un panino purtroppo senza nome

rimasto un giorno intatto nell’addome.